Pierpaolo Pasolini
Pierpaolo Pasolini

(di Mimmo Galeone) L'ennesima mancata qualificazione ai Mondiali (la terza consecutiva) non è soltanto un fallimento sportivo: è lo specchio impietoso della nostra bella Italia.

Un Paese vecchio. Non solo anagraficamente, ma nella mentalità, nelle idee, nelle prospettive. E soprattutto, irrimediabilmente diviso. C’è persino chi, neanche troppo in ombra, ha accolto l’ennesima disfatta azzurra con un malcelato compiacimento.

Perché l’Italia resta campione del mondo nella contrapposizione: ieri Guelfi e Ghibellini, poi fascisti e comunisti, oggi vax e no vax. Cambiano le etichette, non il riflesso. Anche un referendum può diventare una miccia accesa. Ormai non si esulta per le proprie vittorie, ma per le sconfitte degli altri.

E non manca mai l'italico esercizio degli “io l’avevo detto”. Un esercizio collettivo, alimentato anche dall'odio social, che serve più a lenire frustrazioni che a trovare soluzioni. Anche quando di mezzo c’è la Nazionale.

Un Paese vecchio, appunto. Il presidente federale, 72 anni, non sembra intenzionato a fare un passo indietro. E mentre il sistema si chiude su se stesso, restano fuori figure di carisma e competenza come Paolo Maldini, Roberto Baggio e Gianfranco Zola. Abbiamo stadi fatiscenti e scomodi, strutture sportive per i giovani inadeguate e anacronistiche. E costruire un nuovo stadio (come un nuovo ospedale, come un nuovo complesso universitario) diventa impresa titanica, tra la burocrazia soffocante e l'indolenza cronica.

La partita, nel dettaglio breve: la Bosnia mette in campo un classe 2007, Kerim-Sam Alajbegović, capace di mandare in tilt la difesa azzurra. La risposta di Gattuso è l’ingresso disperato di Spinazzola, classe 1993. E poi gli alibi: l'arbitro, il terreno di gioco malridotto, l'ambiente infuocato. Attenzione, però, che il giocattolo potrebbe a un certo punto rompersi. I ragazzini non tifano quasi nemmeno più le squadre italiane, dirigendo le loro simpatie verso il Real Madrid, il Barcellona, il Manchester, il PSG. O verso nuovi eroi non calcistici, giovani e vincenti, come Sinner e Kimi Antonelli.

Pier Paolo Pasolini, grandissimo appassionato di pallone, soleva dire: “Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti dei “gol”. Ogni gol è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni gol è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.” Già, la poetica. Il punto non è soltanto tornare a vincere, o qualificarsi di nuovo a un Mondiale.

Il punto è capire cosa vogliamo che diventi questo calcio; e, forse, questo Paese. Perché senza coraggio, senza visione, senza la capacità di rinnovarsi davvero, e appunto, senza poetica, resteremo fermi a contemplare le macerie, aggrappati agli alibi e ai rimpianti.