Foto di Martino Marzella
Foto di Martino Marzella

di Maria Pastorelli

“Sicilia, 1992. Su un cocuzzolo di montagna, in un paesino dove il tempo sembra essersi fermato, sorge una piccola caserma dei carabinieri. Cinque militari, ognuno proveniente da una regione diversa, condividono turni, scherzi, sfottò, e un’unica certezza: il massimo dell’emergenza, lì, sono i ladri di galline”. Bisognerebbe sempre camminare rasente il muro, quando si vivono le altezze della vita vera, ma prima o poi ti ci devi staccare, sempre se il muro c'è…
E sotto vedi tutto quello che può accadere, che si può perdere, che si può desiderare, che sa come restare, come commuoverti e nutrirti, ucciderti o come farti cambiare, per sempre. 
Se qualcuno ti dice che ti devi fidare, tu ti devi fidare! Quella non è solo la voce del carabiniere Francesco Merilli che parla a Sara, la donna dolce ma temibile, che ama e lo vuole sposare quando le chiede baciandole con insistenza le braccia di avere fiducia in lui ma anche la voce dell’Amore. Quell’amore fecondo che conta e che pervade travolgente un pubblico che non dimenticherà facilmente le tante emozioni provate in Minchia Signor Tenente. Perché tu nella vita sarai chiamato sempre ad amare anche contro le regole insolenti di un regolamento che lo vieta senza mezzi termini. E quando ami non te ne accorgi mai abbastanza, ma in fondo si sta vivi solo così! 

foto di Martino Marzella

Perché si fa il carabiniere coi suoi diversi gradi solo con amore, senza proteggersi, senza durezza, senza rinunciare al sorriso e alle risate sgangherate e alla “distrazione”, ( parola che fa piangere Parerella al ricordo della mamma, ch’essa sola poteva chiamarlo così) alla passione e alla leggerezza della gioventù, col polso sempre attaccato a una interurbana che ha il gusto dell’“arrubattina” del Domenico Parerella, ma così necessaria, così vera, e col cuore avvinghiato al coraggio di aggiustare il tiro di chi ci orbita intorno, di chi ci vive accanto. Senza dimenticare di essere solidali fino allo strenuo delle forze se si tratta di non conferire un permesso di caccia, ordinato dal maresciallo (Antonello Chichierchia) e difendere così il proprio amico uccellino, che sembra un cane per quanto è fedele e presente, incollato alla finestra, senza dimenticare di sostenere e proteggere il rapporto fra due fidanzati che non fanno male proprio a nessuno, senza dimenticare di accogliere dentro un luogo di lavoro che diventa quasi “casa” un vecchietto anziano e solo che ha l’ossessione per le cose scomparse, per le cose andate perdute come la sua compagnia, e per le denunce, e sbuca sempre come un matto intromettendosi costantemente nelle faccende di questi carabinieri così svagati ma fon troppo simpatici. 
-E tu? E tu hai ancora la tua fede? Credi nella tua missione?  Nel tuo mestiere di carabiniere? - Se lo domandano continuamente sotto voce mentre continuano ad andare, fare, e a togliere o mettere buffi grovigli in una caserma di matti ma col cuore immenso e generoso. 
Un equilibrio cauto e stabile ben disegnato che viene messo in crisi all’arrivo di un nuovo tenente in caserma (Giuseppe Renzo) determinato a rimettere in riga tutti e tutto. 
Come possono questi 5 amici, prima che carabinieri, crederci ancora se perderanno di vista chi amano a causa di scelte troppo ingiuste, a causa del giuramento fatto all’Arma quando quest’ultimo loro sforzo eroico scivola nel buio, un buio che penetra fino al midollo, teso a devastarli e trasformarli profondamente.
Minchia signor Tenente!  
Lo spettacolo scritto e diretto da Antonio Grosso, in un alternarsi di luci perfette e tempi scattanti è come un banchetto scherzoso e giocoso, in cui accade proprio di tutto, ma nello stesso tempo succulento e brutale come un pugno ben sferrato, perché inzuppato di vita, dubbi, paure, rischi, attese, compromessi e fragilità, amore universale, amore per la famiglia, (sorelle, mogli, mamme, fratelli, gli animali tutti anche i più invisibili), come Pasqualino il più libero e il più visto fra gli uccellini ma pur sempre bisognoso delle molliche del Brigadiere Vincenzo D’Onofrio ( Antonio Grosso ), che gliele lancia dalla finestra, mentre viene contrariato dal maresciallo “Chicerca” come insiste a chiamarlo il nuovo Tenente Prisco perché gli incappa la lingua a dire Chichierchia e di primo acchito gli pare perfino un insulto. 

foto di Martino Marzella

Non  manca proprio nulla, finanche la consapevolezza che in un piccolo paese della Sicilia calmo e addormentato, in cui non succede mai nulla, ma pur sempre spietato nelle sue logiche, in cui aleggia la minaccia costante della Mafia, e fin quando tace e si nasconde sembra soltanto un fantasma, ad un certo punto tutto può cambiare.
E quando porti a termine il tuo lavoro da carabiniere perché sei stato scelto e finalmente puoi brillare e dimostrare a tutti quanto vali a dispetto delle due lire che guadagni, e che niente più è fermo e uguale a se stesso ti accorgi che puoi anche morire e comprendere finalmente tutte le spoglie del mondo. 
In una cornice raffinatissima come quella del Teatro Orfeo tutti gli attori vengono irradiati da una calda luce sul proscenio, coccolati dalle note della splendida Felicità di Lucio Dalla (cantata da Damiano David) e da una cascata infinita di applausi.

 

Locandina evento