Socrates con Paolo “Pablito” Rossi
Socrates con Paolo “Pablito” Rossi

(Di Mimmo Galeone) C'è una data che, nella storia del calcio brasiliano, sembra essersi trasformata in una sorta di maledizione: il 5 luglio.

Era il 5 luglio 1982 quando, allo stadio Sarriá di Barcellona, un Brasile stellare vide infrangersi il sogno mondiale contro l'Italia di Paolo Rossi. Quel 3 a 2 è rimasto impresso nella memoria collettiva come la fine di un certo calcio romantico, della Seleção di Zico, Sócrates, Falcão, Júnior ed Éder, una squadra entrata nella leggenda pur senza alzare la Coppa del Mondo.

Quarantaquattro anni dopo, ancora un 5 luglio, un'altra ferita. Stavolta non è stata l'Italia a fermare il Brasile, ma la sorprendente Norvegia, capace di eliminare la Seleção agli ottavi del Mondiale 2026.

Dal 2002 un'attesa infinita

Da oltre vent'anni il Brasile non riesce più a dominare il calcio mondiale. Dopo il trionfo del 2002 sono arrivati soltanto fallimenti o profonde delusioni: l'eliminazione ai quarti nel 2006, quella del 2010, il traumatico 7-1 subito dalla Germania nel 2014 davanti al proprio pubblico, i quarti del 2018, l'uscita ai rigori contro la Croazia nel 2022.

La crisi, però, va ben oltre i risultati. Il calcio brasiliano continua a produrre talenti individuali, ma sembra aver smarrito la propria identità collettiva. I campioni arrivano sempre più giovani in Europa, il campionato nazionale fatica a trattenerli e la Seleção appare spesso priva di quella personalità e di quella qualità tecnica che l'avevano resa un modello universale.Neymar, il simbolo di una generazione incompiutaIn questo lungo tramonto c'è un volto che più di ogni altro racconta la malinconia del calcio brasiliano contemporaneo: Neymar.

Destinato fin da giovanissimo a raccogliere l'eredità di Pelé, Ronaldo e Ronaldinho, il numero dieci ha attraversato oltre un decennio da protagonista, diventando il miglior marcatore della storia dei Carioca. Eppure la sua carriera in nazionale resta accompagnata da un senso di incompiutezza. Infortuni, lacrime, occasioni sfumate e il peso di aspettative immense hanno trasformato Neymar nel simbolo di una generazione che ha spesso sfiorato il successo senza riuscire a riconquistare il titolo mondiale.

L'esperimento Ancelotti

In questo contesto si inserisce anche l'esperienza di Carlo Ancelotti. L'ingaggio del tecnico italiano avrebbe dovuto rappresentare la svolta: un allenatore riconosciuto come uno dei più vincenti della storia, chiamato a restituire organizzazione, equilibrio e mentalità a una nazionale in cerca di una nuova identità.

Il progetto, almeno per il momento, non ha mantenuto le aspettative. L'eliminazione contro la Norvegia chiude prematuramente il cammino mondiale e rende inevitabile un bilancio deficitario. Se l'obiettivo era riportare il Brasile sul tetto del mondo, il risultato finale racconta invece un'altra delusione, l'ennesima di una lunga serie.

Sarebbe però riduttivo attribuire ogni responsabilità ad Ancelotti. La sua gestione si è innestata su problemi strutturali che precedono il suo arrivo: ricambio generazionale incompleto, assenza di un vero leader, organizzazione federale spesso contestata e una crescente distanza tra il mito della Seleção e il suo reale valore sul campo.

E se li mettessimo a confronto?

Forse il modo più semplice per capire quanto il Brasile si sia allontanato dalla propria grandezza è porsi una domanda tanto affascinante quanto spietata: quanti giocatori dell'attuale Seleção sarebbero stati titolari nei grandi Brasile del passato?

Sicuramente pochissimi. Vinícius Júnior, per talento e capacità di decidere le partite, avrebbe avuto le qualità per contendersi una maglia anche accanto ai fuoriclasse delle epoche d'oro. Alisson avrebbe potuto giocarsi il posto con i portieri della tradizione verdeoro. Per gli altri, la concorrenza con leggende come Cafu, Roberto Carlos, Dunga, Falcão, Zico, Rivaldo, Romário, Ronaldo o Ronaldinho sarebbe stata durissima.

In conclusione non è una questione di nostalgia o di idealizzare il passato, ma di livello tecnico, autorevolezza e continuità. E forse anche di una certa idea di calcio che probabilmente non esiste più.