Malagò, fuori dalla porta e dentro dalla finestra: il paradosso del calcio italiano

(Di Mimmo Galeone) C'è qualcosa di irresistibilmente italiano nella vicenda di Giovanni Malagò. Una storia che, se fosse raccontata in una commedia, sembrerebbe scritta apposta per prendere in giro il funzionamento delle istituzioni.
E invece è tutto vero: Malagò decade dalla presidenza della FIGC e, nello stesso momento, viene indicato come commissario della FIGC stessa.La vicenda nasce da un problema apparentemente secondario, quasi burocratico: il mancato tesseramento di Malagò al momento della sua candidatura alla presidenza della Federcalcio.
Un dettaglio formale diventato però gigantesco, quando si è trattato di stabilire se quella candidatura fosse legittima e se la successiva elezione potesse essere considerata valida.
Il nodo del tesseramento
Il punto centrale della vicenda riguarda proprio il tesseramento. Per candidarsi alla presidenza della FIGC, infatti, era necessario possedere determinati requisiti previsti dalle norme federali, tra cui il tesseramento presso una società o un'associazione sportiva affiliata alla FIGC. Malagò, al momento della candidatura, non risultava però tesserato secondo le modalità richieste. Il presidente Malagò era stato eletto il 22 giugno con il 68,58% dei voti. Un'investitura netta, che sembrava chiudere la partita. Poi sono arrivati i ricorsi, i pareri giuridici, le interpretazioni contrapposte e, soprattutto, la domanda che ha fatto esplodere il caso: si può guidare la Federcalcio se, quando ci si è candidati, non si possedeva uno dei requisiti previsti? Da quel momento il sistema ha cominciato a girare vorticosamente su se stesso. Da una parte chi sosteneva che quella irregolarità non potesse mettere in discussione un'elezione democratica; dall'altra chi riteneva che le regole dovessero valere proprio quando riguardano la più importante poltrona del calcio italiano.
Fuori dalla porta, dentro dalla finestra
Alla fine è arrivata la soluzione surreale: il CONI commissaria la FIGC. E chi viene scelto come commissario? Giovanni Malagò. Eppure, dietro questa apparente follia, c'è una logica politica molto precisa. Il commissariamento consente di superare lo stallo senza trasformare la vicenda in una guerra interna al CONI. L'accordo raggiunto tra il presidente del CONI Luciano Buonfiglio e Malagò ha infatti evitato una spaccatura all'interno della Giunta. Il compromesso è quindi semplice: Malagò rinuncia alla presidenza contestata, accetta il commissariamento e accompagna la FIGC verso nuove elezioni.Ma qui arriva il secondo elemento, se possibile ancora più surreale: Malagò potrebbe essere nuovamente candidato alla presidenza. Le nuove elezioni dovrebbero svolgersi in tempi relativamente brevi, forse il 14 dicembre 2026. E allo stato attuale Malagò sarebbe ancora il principale, se non l'unico, candidato in corsa. Il risultato è un cortocircuito quasi perfetto: prima viene escluso dalla porta per una questione legata ai requisiti della candidatura, poi rientra dalla finestra come commissario e potrebbe persino tornare a contendersi la presidenza.
La credibilità del calcio italiano
Naturalmente, tutto perfettamente legittimo sul piano formale. Ma sul piano della percezione pubblica resta un qualcosa difficile da spiegare. Il problema non è soltanto la posizione di Malagò, ma il messaggio che una vicenda simile rischia di trasmettere: in un sistema già segnato da ricorsi, interpretazioni regolamentari e scontri istituzionali, il confine tra rispetto delle regole e necessità politica appare sempre più sottile. Il tutto mentre il calcio italiano avrebbe bisogno di occuparsi di problemi decisamente più grandi delle proprie guerre regolamentari: tre Mondiali consecutivi senza qualificazione, infrastrutture da adeguare in vista di Euro 2032 e una Federazione che avrebbe bisogno soprattutto di stabilità e credibilità. Per questo la storia di Malagò rischia di diventare più di una semplice disputa regolamentare. È la fotografia di un sistema che, mentre cerca una soluzione al proprio stallo, finisce per produrre un paradosso singolare, a voler usare un eufemismo.