(di Mimmo Galeone) C'è qualcosa di più interessante della vicenda giudiziaria che ruota attorno a Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Qualcosa che riguarda molto meno le carte dei magistrati e molto di più il modo in cui funziona il nostro Paese: la velocità con cui si costruiscono gli eroi e, soprattutto, quella con cui li si abbandona quando diventano improvvisamente ingombranti.Fino a poche settimane fa Ranucci era, per una parte importante dell'opinione pubblica e del mondo politico e mediatico, il giornalista coraggioso per eccellenza.

L'uomo delle inchieste scomode, quello che non arretrava davanti alle pressioni, il volto di un giornalismo d'assalto che una parte del Paese considerava una garanzia e un'altra un bersaglio politico.

Poi sono arrivate le carte dell'inchiesta su Lavitola. E improvvisamente il clima è cambiato.Non è necessario entrare qui nel merito delle responsabilità penali, che dovranno essere accertate nelle sedi competenti.

È sufficiente osservare ciò che è successo sul piano politico e mediatico: lo stesso personaggio che fino a ieri veniva celebrato come simbolo di indipendenza oggi viene trattato da molti come un problema dal quale prendere rapidamente le distanze.

Trasparenza e coerenza: un binomio inscindibile

Il problema non è difendere Ranucci a prescindere. Al contrario. Un giornalista, proprio perché esercita un potere enorme attraverso l'informazione, deve essere sottoposto a un controllo ancora più rigoroso degli altri. Ma la stessa regola dovrebbe valere sempre: quando è popolare e quando è impopolare; quando fa comodo e quando non fa più comodo. Invece sembra prevalere una logica diversa. Finché Ranucci rappresentava una bandiera, tutti erano pronti a sventolarla. Quando quella bandiera è diventata ingombrante e chiacchierata, molti hanno cominciato a ripiegarla.

La vecchia logica italiana delle appartenenze

Gli uomini pubblici vengono raramente giudicati soltanto per ciò che fanno. Vengono giudicati per ciò che rappresentano. E quando smettono di rappresentare qualcosa di utile, il loro passato viene improvvisamente riletto con occhi diversi.È una dinamica che dovrebbe far riflettere soprattutto chi oggi si affretta a prendere le distanze.

Perché se Ranucci era davvero il simbolo del giornalismo libero, allora bisogna avere il coraggio di difendere il principio anche davanti a una vicenda che lo rende politicamente scomodo. Se invece era soltanto il simbolo di una parte, allora bisogna avere l'onestà di ammetterlo. La libertà di stampa non può funzionare a intermittenza; non può essere una medaglia da appuntare sul petto degli amici e da togliere a quelli diventati improvvisamente imbarazzanti. E lo stesso vale per il garantismo. Se siamo garantisti, dobbiamo esserlo anche quando le carte fanno paura, quando il protagonista non ci piace più e quando la storia sembra andare nella direzione opposta a quella che speravamo.

L'accertamento delle responsabilità penali appartiene ai magistrati e ai giudici, non alle tifoserie televisive o ai social network.Ma c'è un'altra lezione, forse ancora più amara. Quella sul culto dei personaggi.Abbiamo bisogno di trasformare continuamente qualcuno in un'icona: il giornalista coraggioso, il magistrato integerrimo, il politico antisistema, il combattente solitario. Poi, alla prima crepa, l'icona crolla e gli stessi che l'avevano costruita fingono di non averla mai vista.

La memoria corta del consenso

Il caso Ranucci, al di là di ciò che emergerà dall'inchiesta, racconta un Paese nel quale tutti sembrano avere una memoria molto corta. Quest' ultima intesa non soltanto come capacità di dimenticare. A volte è qualcosa di più sottile: è la capacità di ricordare soltanto ciò che, nel presente, ci conviene ricordare. Viviamo in un tempo nel quale il giudizio pubblico non ha quasi più bisogno di aspettare.

Una notizia arriva, viene rilanciata, commentata, trasformata in titolo, in post, in video, in indignazione. Nel giro di poche ore una persona può passare dall'essere celebrata all'essere messa sotto accusa. E spesso, quando arrivano nuovi elementi, il dibattito è già andato avanti. È una velocità che ha cambiato anche il nostro rapporto con la memoria.

Non abbiamo necessariamente dimenticato di più: abbiamo iniziato a ricordare più velocemente. Infatti il presente cancella continuamente il presente precedente. Quello che ieri sembrava fondamentale oggi è già vecchio, quello che ieri era una certezza oggi viene sostituito da una nuova versione della storia. In definitiva: sino a ieri applausi, ora distinguo. Domani, probabilmente, tutti diranno di averlo sempre saputo. Ed è forse questo il dettaglio più inquietante di tutta la faccenda.