Calcio, Nazionale italiana: una riforma durata due weekend

(Di Mimmo Galeone) In un Paese serio, il 31 marzo 2025, un minuto dopo l'eliminazione dal Mondiale incassata in Bosnia, la terza consecutiva agli spareggi, una governance calcistica all'altezza avrebbe già convocato un tavolo di lavoro per analizzare il fallimento, individuare le responsabilità e avviare una profonda rifondazione del sistema. Invece sono trascorsi quattro lunghissimi mesi, tanto surreali quanto imbarazzanti, senza che si intravedesse una direzione chiara.
Il fallimento del progetto Maldini-Leonardo
La scelta, nella prima decade di luglio, di Paolo Maldini come Direttore Tecnico, affiancato da Leonardo nel ruolo di advisor, era stata accolta come la migliore possibile. Un progetto ambizioso, pensato per il lungo periodo e capace, almeno sulla carta, di restituire credibilità.
Il loro interregno, durato appena quindici giorni, si è però trasformato in una clamorosa sequenza di errori. Prima il corteggiamento, ai limiti dell'utopia, nei confronti di Pep Guardiola; poi i contatti, istituzionalmente poco eleganti, con Carlo Ancelotti, già sotto contratto con la Federazione brasiliana; infine il tentativo di affidare la panchina ad Andrea Pirlo. Un'ipotesi, quest'ultima, insostenibile, sia sul piano tecnico sia su quello dell'opportunità, che ha fatto definitivamente saltare il banco.
L'intermezzo Baldini: idee, identità e sincerità
In questo lungo periodo di incertezza, l'unico a restituire una parvenza di normalità all'ambiente è stato Silvio Baldini, chiamato a guidare la Nazionale nelle due amichevoli di fine stagione, affidandosi ai ragazzi dell'Under 21 con cui stava già lavorando proficuamente da un anno.
Senza proclami, Baldini ha portato idee chiare, sia dal punto di vista tattico sia sotto il profilo comportamentale: via i cellulari durante i pasti, centralità del gruppo, senso di appartenenza alla maglia azzurra. Soprattutto, ha avuto il coraggio di esprimere apertamente il proprio pensiero sullo stato del calcio italiano, senza diplomazie né convenienze.
Ma in Italia è impossibile dire verità scomode senza pagare dazio. E così anche Baldini è stato gentilmente accompagnato all'uscita, quasi senza un ringraziamento per aver tenuto in piedi la baracca in un momento di gran tempesta.
Il precedente dimenticato del Dossier Baggio
La sorte di Baldini richiama inevitabilmente quella toccata a Roberto Baggio. Quando la FIGC lo nominò presidente del Settore Tecnico federale, dopo il fallimento del Mondiale sudafricano, il "Divin Codino" elaborò un articolato piano strategico per rilanciare il calcio italiano.
Il documento, frutto di mesi di confronti con tecnici, dirigenti ed esperti, non si limitava ad analizzare le cause della crisi, ma proponeva una riforma complessiva del sistema: investimenti nei vivai, formazione uniforme degli allenatori, minore ossessione per il risultato nelle categorie giovanili, valorizzazione del minutaggio dei giovani italiani e costruzione di un'identità tecnica condivisa. Centrale era anche il rafforzamento del rapporto tra scuola e sport, da sempre uno dei punti deboli del nostro Paese.
Quel dossier, però, rimase sostanzialmente lettera morta. Le sue proposte si scontrarono con la frammentazione del sistema calcistico italiano, dove FIGC, Leghe e club continuavano a perseguire interessi divergenti. Le riforme richiedevano coraggio, investimenti e la capacità di ragionare nel medio-lungo periodo. Prevalsero invece l'urgenza del risultato, la pressione dei bilanci, i continui cambi di governance e una burocrazia soffocante. Baggio rassegnò le dimissioni il 23 giugno 2013.
Il calcio e la scuola: analogie impressionanti
La vicenda del calcio italiano ricorda molto da vicino quella della scuola, dove si invoca il merito, ma si investe poco nella qualità dell'insegnamento, nella formazione dei docenti e nell'edilizia scolastica; si pretendono studenti più preparati, ma si riducono gli strumenti necessari per accompagnarne la crescita. ci si lamenta della fuga dei talenti, senza creare le condizioni per trattenerli.
Nel calcio e nello sport in generale accade la medesima cosa; si sopravvive grazie alle eccezioni, al volontariato, alla passione di tecnici, insegnanti e dirigenti spesso sottopagati, confidando ogni volta nel miracolo organizzativo estemporaneo e nella buona volontà dei singoli.
Il ritorno di Mancini e le domande che restano
Alla fine la scelta è ricaduta sul cavallo di ritorno Roberto Mancini, l'uomo che ha riportato l'Italia sul tetto d'Europa ma che, al tempo stesso, era stato protagonista del successivo declino culminato con l'incredibile sconfitta casalinga con la Macedonia del Nord nello spareggio Mondiale del marzo 2022. Una decisione che guarda al passato più che al futuro e che certifica, ancora una volta, la difficoltà del calcio italiano nel costruire un progetto realmente innovativo.
Il problema, però, non è soltanto il nome del commissario tecnico. Da troppo tempo il calcio italiano cambia gli allenatori senza cambiare il sistema, sostituisce i protagonisti senza mettere mano alle regole, cerca scorciatoie invece di affrontare le cause profonde della crisi. Finché continuerà a preferire le soluzioni d'emergenza alle riforme strutturali, ogni eventuale successo resterà un'eccezione sempre più raro ed isolato e ogni fallimento finirà per apparire inevitabile. Perché il vero avversario della Nazionale non è la Bosnia, né qualsiasi altra squadra: è l'incapacità cronica del nostro sistema di imparare dai propri errori.
