Siamo un po' tutti Tommaso Niccolò D’Aquino…

300 anni dalla morte del grande umanista tarantino

CRONACA
04.04.2021 17:08

(di Fabio Dal Cin) “Noi celebriamo i boschi di Ebalia e Taranto posta fra due mari, cui il dolce clima arricchisce con le tante bellezze di natura; ove il fiume Galeso bagna gli ubertosi campi, e glorioso scorre placidamente nel suo letto. Cantiamo quali diletti e quali dovizie di paradiso fornisce il mare e l’industre terra”: inizia così il primo libro delle Deliciae Tarentinae, opera, la cui pubblicazione nel 1771 fu merito dell’umanista Cataldantonio Atenisio Carducci, nella quale Tommaso Niccolò D’Aquino, elogia la città di Taranto. A trecento anni dalla scomparsa, ripercorriamo brevemente la sua vita, soffermandoci sull’attualità del suo messaggio. “L’illustre patrizio” nacque a Taranto il 24 novembre 1665 da Guido II d’Aquino e Margherita Capitignani. All’età di tredici anni si trasferì a Napoli dove, nel gennaio del 1678, entrò nel collegio Mansi, gestito dai padri Gesuiti, per apprendere le scienze ed esercitarsi nelle arti cavalleresche. Giovane prodigio, amava la lettura dei classici italiani e latini, prime fra tutte le opere di Virgilio. Terminato il percorso umanistico, il giovane tarantino rimase a Napoli presso un suo parente, il principe Castiglione D’Aquino, e frequentò i salotti culturali della città, ispirato dalle opere del Pontano, del Marullo e del Sannazzaro.  Tornato nella città natìa, nel 1689 sposò la nobile Teresa Carducci. Solidale verso i bisogni della gente comune, amava profondamente la sua terra a tal punto che ospitò nella sua dimora, situata sul Pendio la Riccia nel borgo antico di Taranto, l’Accademia degli Audaci. A Roma fu iscritto tra i soci dell’Accademia degli Arcadi, a Bari l’Accademia dei Pigri lo annoverò tra i suoi componenti, la sua fama e le sue doti si diffusero tra vari accademici italiani. Addolorato per la perdita della madre, fu nuovamente provato dalla vita nel 1705 quando, a capo del Governo di una Taranto occupata per oltre la metà da conventi e palazzi nobiliari e affollata di gente e di miseria, gli morì la moglie durante il parto. Seguirono anni di solitudine e sconforto, a cui si aggiunsero controversie con il fratello Francesco Antonio, per motivi di interesse. Si risposò con Ippolita Tafuri, nobile signora leccese, vedova di Benedetto Saracino. Gli ultimi anni li trascorse nella sua villa a Levrano tra studi, ricerche e circondato dall’affetto di alcuni amici più vicini. Morì il 2 aprile 1721.Oggi i suoi resti sono conservati in un’area posta nella chiesa di Sant’Agostino, costruita dal Comune di Taranto per onorare la memoria del grande poeta. IlD’Aquino non pubblicò mai le sue opere; i suoi manoscritti, secondo la testimonianza dell’umanista Cataldantonio Artenisio Carducci, andarono distrutti, ad eccezione delle “Delizie Tarantine”, poema latino in quattro libri dove vengono abilmente narrati campi coltivati, i colori delle albe “quando il sole uscito d’oriente giunge nel più alto cielo e vibra i suoi raggi infuocati, ratto sorge zefiro e soffia con placido sussurro scorrendo lievemente sulla superficie del mare”, dei tramonti “quando il sole s’affretta a tuffarsi nei flutti di Mauritania, i zeffiri s’acchetano e nuova auretta sorge dall’oriente a solleticar pian piano il mar Piccolo”, le diversità delle stagioni come “il tiepido verno” o “l’ubertosa terra in autunno che porta mature frutta, che anche l’invidiosa Partenope ne stupisce”. L’opera del d’Aquino è un susseguirsi di emozioni, di usi e costumi dell’epoca, di paesaggi, di descrizione delle specie ittiche,di esaltazioni delle bellezze dei campi e dei suoi prodotti, dell’arte marinaresca dei pescatori, dell’incanto delle ville situate lungo il litorale. Gli elenchi continuano: ilpoema è per questo un vero testo “cult” della tarentinità! A trecento anni dalla suamorte, tuttavia, in un’epoca dove la divulgazione viaggia veloce in rete e la cultura si diffonde anche attraverso immagini postate sui social, il messaggio di amore per la propria terra inviato dal celebre scrittore è giunto fino a noi. Pensiamo per un istante ad aneddoti, fotografie, divulgazioni in cui numerosi tarantini si sono cimentati per promuovere con rinnovato orgoglio la candidatura di Taranto a capitale della cultura 2022 (le Deliciae Tarentinae oggi sarebbero state un formidabile spot pubblicitario!).Siti web, riviste, pagine social contribuiscono sempre più a diffondere la “tarentinità”in Italia e all’estero, l’hastag #taranto ci conduce verso un universo corredato d’immagini di barche, giardini di mare, citri, scogliere, albe e tramonti. Non vi è alcun dubbio che il principale ornamento delle città siano proprio i cittadini, e le “Deliciae Tarentinae” restano un documento vivo, quotidianamente rinnovato da affermati o poco noti influencer secondo usi e costumi di quest’epoca e per questo, ci dobbiamo sentire un po' tutti Tommaso d’Aquino! (Foto Fabio Dal Cin)

 

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