Franco Selvaggi: ‘Ancora oggi Taranto e sua gente nel mio Dna’

In una lunga intervista a sportmemory.it, ripercorre la carriera calcistica con un ricordo nostalgico e romantico a quella tarantina

TARANTO
02.07.2021 17:38

“Ancora oggi Taranto e la sua gente sono nel mio Dna”. A dirlo è Franco Selvaggi, ex calciatore del Taranto più competitivo della storia e campione del Mondo con la Nazionale di Enzo Bearzot. In una lunga intervista a sportmemory.it, Selvaggi ripercorre tutte le tappe della sua carriera calcistica con un ricordo nostalgico e romantico a quella tarantina. “La mia fortuna furono i colori sociali, il rosso e il blu, dal momento che dopo Taranto approdai a Cagliari dove fui voluto fortemente da Gigi Riva. Una domenica sera eravamo a Fiumicino per una sosta tecnica: noi dovevamo tornare a casa dopo una partita giocata, mi pare a Varese, e lì incrociammo la squadra del Cagliari. Il mio presidente Giovanni Fico si fermò a conversare con Gigi Riva e capii che parlavano di me nel momento in cui mi chiamò per presentarmi quel grande atleta. L’anno successivo indossai la casacca rossoblù della squadra isolana e a questo punto vale la pena di raccontare un altro aneddoto. Il caso volle che la prima partita da giocatore del Cagliari, si trattava di Coppa Italia, dovessi disputarla a Taranto. Uscimmo dagli spogliatoi e appena mettemmo piede sul terreno di gioco ventimila persone in piedi scandirono il mio nome e mi applaudirono. Un compagno, appena dietro di me, esclamò “che cosa hai combinato qua? Mi sto emozionando anche io”. Non disse proprio così, ma il concetto era quello. Ecco perché Taranto è ancora oggi dentro di me, certe cose non si dimenticano e a Taranto oggi ho ancora tanti amici. Anzi, colgo l’occasione per esprimere la mia felicità e fare tanti auguri al mio Taranto che finalmente ha lasciato quella categoria infernale, parlo della promozione in C”. ERASMO IACOVONE “Forse pochi lo ricordano, a lui è dedicato lo stadio di Taranto e insieme abbiamo indossato la maglia rossoblù della squadra della città dei due mari, lui per poco tempo, purtroppo. Era il campionato di serie B del 1977/78. Il Taranto di quell’anno aveva tutti i requisiti per essere promosso in A.  Era la prima domenica di febbraio, mi pare il 5, avevamo giocato e pareggiato con la Cremonese. Ginulfi, per molti anni mitico portiere della Roma, anche per aver parato un rigore a Pelè, quel giorno parò di tutto, e inoltre due pali a Erasmo e uno a me ci privarono della gioia della vittoria. Dopo la partita, la doccia e i soliti saluti io raggiunsi Matera, appena a un’ora di auto. Mi piaceva tornare a casa la domenica sera dai miei. La notte mi raggiunse una telefonata, inizialmente pensai a uno scherzo di cattivo gusto, dall’altra parte del filo mi dissero che Erasmo era stato investito da un balordo ed era morto. Mi vestii in fretta e furia e tornai nella città jonica. Un dolore fortissimo per tutti noi e per Taranto, il martedì allo stadio, che non portava ovviamente ancora il suo nome, si celebrò la messa funebre sotto una pioggia battente davanti a oltre trentamila persone. Mai vissuta una situazione così struggente. Col Taranto o con un’altra squadra, in serie A Erasmo ci sarebbe andato. A quel punto del campionato era già il capocannoniere della serie B. La sua dote migliore? L’elevazione in area e i gol di testa, superiore a Pruzzo e a Savoldi, riusciva a superare perfino le mani tese del portiere avversario. La prima partita con lui la giocai in trasferta, a Novara, era appena arrivato e lo conoscevo poco, io invece giocavo già da tre anni con la casacca rossoblù, colori e città che hanno fatto la mia fortuna. In B mi volevano anche Como e Spal, scelsi Taranto perché l’avevo già visto giocare a Matera, squadra e tifo mi erano piaciuti, ed anche perché, come ho detto, la città non era lontana da casa dei miei. Avevo solo ventuno anni. Ma torniamo a Novara. Insomma, eravamo a dieci minuti dalla fine e sotto di un gol, il campo era fangoso per la pioggia caduta, mister Seghedoni mi disse di entrare e di fare uno dei miei soliti numeri. Come al solito toccò a me battere una punizione da centro campo, vidi Erasmo nel vertice dell’area grande, al mio tocco della palla, lui partì, si innalzò, lo vidi volare e di testa mise la palla in rete. Mi parve un angelo. Mai vista una cosa del genere se non da lui. La partita finì in parità”. MONDIALI 1982 In Spagna si verificò qualcosa di inatteso, Paolo Rossi si bloccò nelle prime partite e nell’aria si percepiva qualche necessario cambiamento, fortunatamente negli incontri successivi si verificò invece il miracolo e il CT fece la cosa giusta. Mi considero baciato dalla sorte, essere stato accanto a giocatori e, soprattutto a uomini come Tardelli, Cabrini, Antognoni, allo stesso Rossi e a tutti gli altri mi ha fatto crescere calcisticamente e umanamente. Ancora oggi siamo uniti in una chat comune e, purtroppo, corriamo sempre più il rischio di vederci nei momenti più cupi. L’ultimo è stato ai funerali di Paolo Rossi, sono partito da Matera, dove vivo, e ho attraversato l’Italia, su e giù in quarantott’ore. In quella circostanza mi è venuto in mente che noi uomini non dobbiamo vergognarci di affermare di aver pianto. Io l’ho fatto per poche persone, per Paolino, per Scirea, per i miei genitori e per Erasmo Iacovone”.

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