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Elio Nigro: "A Taranto giocherei anche in Serie D"

Mercoledì 17 Maggio 2017 14:14 in Taranto 6303 Alessio Petralla

La stagione del Taranto è terminata da un paio di settimane con la cocente retrocessione e con il grande malumore della piazza. Ha lottato con grandissima professionalità, fino all’ultimo, il centrocampista Elio Nigro, che dopo la rescissione del contratto ripercorre con Blunote la stagione partendo col chiarire alcuni particolari: “Fino alla fine ho pensato a fare il professionista dando l’anima: potevo giocare bene o male, ma davo sempre il massimo. L’unica cosa che mi ha dato fastidio è stato il fatto che qualcuno, con una foto, è entrato nella mia vita privata, quando non ero neanche più un calciatore del Taranto: ho deciso di rescindere (contratto fino al 30 giugno, ndr) per testimoniare affetto nei confronti della società rinunciando allo stipendio di giugno: non sono scappato anche perché se la proprietà dovesse richiamarmi, o in D o in C, firmerei di nuovo correndo. I social stanno rovinando tutto: ho la coscienza pulita ed ero andato a farmi un giro con la famiglia e con degli amici. E’ facile nascondersi dietro una tastiera, magari senza neanche mettere il nome. Questo, però, non mi ha toccato perché ho sempre dato il massimo…”.

LA STAGIONE: “Ero partito benissimo: mi sentivo in grande forma e stavo disputando un buon campionato. Le motivazioni che mi dava la piazza mi spingevano. Prima della partita mi giravo sempre verso la curva: non vedevo l’ora che l’arbitro fischiasse l’inizio del match. Nonostante abbia vissuto piazze calde come Pagani e Messina, Taranto mi ha offerto delle sensazioni uniche. Ho fatto anche il centrale di difesa, ruolo che, onestamente, non mi piace più di tanto: ho vissuto alti e bassi, ma sono orgoglioso di essermi sacrificato. Poi l’infortunio: ho cercato di recuperare in fretta giocando con delle infiltrazioni, a volte zoppicavo e per sopperire alle assenze dei compagni e stringevo i denti. La seconda parte del campionato è stata particolare proprio per questi motivi, ma pensavo soltanto a scendere in campo per aiutare la squadra. A 31 anni avevo trovato il clima giusto per allenarmi bene e la mattina mi alzavo ammirando quel mare stupendo. Tutte belle sensazioni. Ho vissuto Taranto dal momento del ripescaggio a quello della retrocessione incontrando gente per strada che a volte, nell’ultimo periodo, mi massacrava. Però, non ho mai avuto problemi a metterci la faccia”.

IL DISASTRO…: “Da quest’annata, a livello di spogliatoio, ho capito tante cose: dopo due o tre ko di fila non c’era nessuno che si faceva sentire: spesso sembrava non fosse successo nulla. La verità è che il gruppo era composto da troppi bravi ragazzi. L’aggressione è un alibi: ci può aver penalizzato a livello tattico visto che abbiamo perso la difesa ma dieci gare senza una vittoria non sono giustificabili”.

GLI ARBITRAGGI: “Dopo il fattaccio abbiamo avuto subito tanti rigori, di cui uno a Lecce procurato proprio da un mio fallo di mano. Non giudico mai gli arbitri e sono sempre in buonafede, ma in certe occasioni qualcosa di strano c’è stato: a Lecce, mentre cercavo di discutere con il direttore di gara (Forneau di Roma 1) con aria di sfida mi disse “non capisci un cazzo”. In un’altra occasione “devi stare zitto, non siete nessuno”. Alla fine, gli arbitraggi sono stati più leggeri visto che ci davano per spacciati. Dopo l’aggressione notavo atteggiamenti di sfida: non potevi parlare nè dialogare con l’arbitro”.

LA SOCIETA’: “Merita un’altra opportunità. Parlo da calciatore retrocesso, e nonostante ciò la presidenza è stata sempre puntuale onorando ogni impegno. Chiesi al presidente Zelatore cosa volesse fare per la prossima stagione e mi rispose che era confusa e che non si aspettava una situazione simile: mi confermò che nel calcio era da poco: la colpa della retrocessione è della squadra, del ds e della società. Non si può colpevolizzare soltanto una persona. Purtroppo, nel mercato di gennaio siamo stati l’unica compagine che si è indebolita, ma la dottoressa Zelatore, in questo, non ha colpe. Mi hanno fatto stare benissimo e ci siamo lasciati in modo sereno. La mia speranza è che qualcuno venga riconfermato perché la squadra non era totalmente da buttare: per me la categoria non sarebbe un problema. Capisco i tifosi che non vogliono più vederci, ma io desidererei restare”.

MESSAGGIO: “Lasciare un messaggio adesso è difficile: può essere scontato o potrei essere frainteso. Non posso capire il dispiacere che provano i tifosi del Taranto, ma posso confermare che sto male e sono stato male: tra l’altro, Taranto poteva essere la mia consacrazione. Giocare altri anni con quella maglia, in Lega Pro, sarebbe stato un sogno. So che la città ripartirà e so che quei tifosi ci sarebbero anche in Prima Categoria: i calciatori vanno ma loro restano. Li ringrazio tutti per l’affetto che mi hanno mostrato così come li ringrazio per le contestazioni che ci hanno permesso di crescere”.

L’AGGRESSIONE: “E’ stata una situazione anomala. Il tecnico Ciullo ci divise in due gruppi: quello dei difensori e quello dei centrocampisti con gli attaccanti. I portieri non c’erano e in quel momento sul rettangolo di gioco erano presenti soltanto i difensori. Ad un certo punto intravedemmo gente con occhiali e sciarpe e sentimmo qualche esplosione di bomba carta: quando la situazione iniziò a degenerare rientrammo negli spogliatoi e quindi non so precisamente l’accaduto”.